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Tibor Benedek

Tibor Benedek

Oro alle Olimpiadi di Sydney, Atene e Pechino con l’Ungheria, malato di cancro, vinse anche a Roma

Tibor Benedek è scomparso a 47 anni: era malato di cancro e la notizia dell’aggravamento delle condizioni circolava da settimane.

Un fuoriclasse assoluto in vasca, un uomo silenzioso e gentile e forse un po’ fragile fuori dall’acqua.

LA CARRIERA

Cresciuto nel Centro Sportivo Giovanile d’Ungheria (KSI), si afferma nell’ Ujpest. E’ un attaccante, ma riesce a ricoprire con incredibile naturalezza qualsiasi ruolo. Arriva la convocazione in Nazionale juniores,

“Tibor era un ragazzo estremamente semplice, a dispetto della sua privilegiata condizione familiare. Nuotava il doppio dei compagni, s’ impegnava allo stremo, rinunciava ai divertimenti dei coetanei. Ripeteva: “Voglio diventare il numero uno”.

Il salto nella Nazionale maggiore avviene a 18 anni, sotto la guida di Janos Konrad. Si iscrive alla facoltà di Storia e Lingue.

La mano sinistra usata come una bacchetta magica, prodezze e gol in serie. Come quello realizzato contro l’Italia nella finale degli Europei di Sheffield, l’ 8 agosto ’93.: manca un secondo al termine del primo tempo, sul 4-2 per il Settebello, e l’ Ungheria deve battere un angolo; sembra impossibile riuscire ad andare in rete. Sotto la porta azzurra resta soltanto Tibor, peraltro marcatissimo. Scrive la Gazzetta: “Quell’ attimo basta per una deviazione al volo del fulmineo Benedek”. Arriva a Roma nel ’96, qui trova anche l’amore, incanta le nostre piscine e nel ’99 regala lo scudetto alla Capitale nella Final Four del Foro Italico (battendo il Posillipo) seguita dalle polemiche: Benedek risulta positivo al controllo effettuato dopo la semifinale con la Florentia. Clostebol, anabolizzante. Tibor fa sapere che la colpa è di una pomata utilizzata per curare un’infezione, il Trofodermin, prescritto da un medico non sportivo, tenendo all’oscuro della società. Ma la squalifica arriva ugualmente: la Fin lo ferma per otto mesi diventati tre in appello, la Fina lo stoppa per 15 mesi diventati poi otto. Sono dunque salvi i Giochi di Sydney 2000, quelli che inaugurano lo straordinario ciclo ungherese sotto la guida di Denes Kemeny: tre ori olimpici, fino a Pechino 2008. In mezzo a una serie di altri successi, l’approdo alla Pro Recco di cui diventa anche capitano: otto stagioni (dal 2001 al 2004 e dal 2007 al 2012) con la bellezza di sei scudetti, quattro Champions, quattro Coppe Italia, quattro Supercoppe europee e una Lega Adriatica. “Un professionista umile e carismatico”, lo ricorda oggi il club ligure. Quindi anche l’onore di guidare la Nazionale ungherese: oro ai Mondiali 2013, argento e bronzo agli Europei (2014, 2016), due secondi posti in World League (2013, 2014). A inizio maggio, aveva abbandonato la panchina dell’Ujpest.

Lascia moglie e tre figli.

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